Veronica Yoko Plebani Veronica Yoko Plebani, classe 1996, oggi è venuta nella sede di Trek Italia a ritirare la sua nuova Trek Madone con cui correrà le paralimpiadi di Parigi nella specialità del paratriathlon, in cui ha vinto la medaglia di bronzo a Tokyo nel 2021. Ecco cosa ci ha raccontato:

Veronica Yoko Plebani Veronica Yoko Plebani, classe 1996, oggi è venuta nella sede di Trek Italia a ritirare la sua nuova Trek Madone con cui correrà le paralimpiadi di Parigi nella specialità del paratriathlon, in cui ha vinto la medaglia di bronzo a Tokyo nel 2021. Ecco cosa ci ha raccontato:

Photo credits: Pagliaricci BizziTeam

 

Dal terzo posto di Tokyo di tre anni fa a Parigi 2024: come stai vivendo questo periodo di avvicinamento alle paralimpiadi?

L’ultimo periodo è trascorso in modo molto veloce, ed è stato molto strano: dopo le paralimpiadi di Tokyo sono cambiate diverse cose, dal mio ambiente di allenamento allo staff federale. Inizialmente mi sono trovata un po’ spaesata da questi cambiamenti ma successivamente li ho presi come uno stimolo per trovare nuove motivazioni. La speranza di riuscire a riprovare le emozioni di Tokyo è ciò che mi sta dando la carica per allenarmi duramente.

Quest’anno non ho ancora fatto gare ufficiali e quindi non ho ancora avuto modo di testarmi con le avversarie ma ho una buona base e delle ottime sensazioni quindi la speranza è di portarsi a casa qualcosa di bello.

 

Questi saranno i tuoi quarti giochi paralimpici in tre discipline diverse: Snowboard-cross, paracanoa e paratriathlon. Quest’anno sarà di nuovo paratriathlon. Avere già alle spalle queste esperienze ti dà sicurezza? O l’emozione è sempre tanta?

In realtà avere già alle spalle queste esperienze mi crea un po’ più di pressione. Sono sempre stata abituata a cambiare e rincorrere stimoli diversi, invece combattere per la medaglia nella stessa specialità degli scorsi Giochi è per me una cosa nuova, che mi agita un po’ di più, ben sapendo le mie possibilità. D’altro canto ho più serenità nel sapere già cosa mi aspetta: quindi ho sensazioni particolari, mai provate prima. Dopo Parigi vi saprò dire come è stata questa ennesima esperienza.

Che cosa ti aspetti dai prossimi Giochi?

In realtà più che aspettative ho speranze. La speranza di riuscire a godermi la meraviglia del villaggio olimpico, la speranza di essere in una competizione ad altissimi livelli, di riuscire a esserne parte di quel livello e soprattutto la speranza di arrivare all’arrivo con la sensazione di essere riuscita a dare tutto, di non avere rimpianti al traguardo. Di non dover ripensare a come sarebbe potuta andare la gara, ma sapere che quello che è stato è stato il massimo che potevo fare.

 

Negli ultimi anni l’attenzione mediatica su di te è aumentata esponenzialmente: riesci a muoverti facilmente tra la tua vita sportiva e quella più legata alla tua immagine?

Negli ultimi anni, soprattutto dopo Tokyo, ho attivato tantissimi progetti legati alla mia immagine, però devo dire che sono stati tutti una bella boccata d’aria fresca per me. Avere qualcosa di diverso dalla quotidianità fatta di allenamenti e capire come atleta paralimpica di poter veicolare un bel messaggio nel mondo, poter lavorare anche non per qualcosa di mio soltanto ma che sia per un bene più collettivo mi dà tanto. Riuscire a combinare queste due vite per me è importante, quasi fondamentale. È qualcosa che faccio con troppo piacere per sentirne la fatica o l’impegno.

Foto credits: Marco Bardella

Entriamo nel mondo della bici: recentemente abbiamo visto sui social un tuo sfogo riguardante la sicurezza dei ciclisti su strada, la cui convivenza con le auto risulta sempre più difficile. Vuoi dire qualcosa su questa tematica sempre più attuale?

Chi utilizza quotidianamente la bici sa benissimo che le città non sono pensate per tutti i tipi di mobilità ma soltanto per uno: l’automobile. Ogni giorno dobbiamo assistere a incidenti più gravi e meno gravi e questo si ripercuote sulla serenità con cui esci in bici su strada.

Mi dispiace molto perché viaggiando tanto e utilizzando la bici in varie città so che tipi diversi di mobilità sono possibili. Spesso in Italia si usa la scusa che le città sono vecchie e che quindi non c’è spazio per qualcosa di diverso: ma la realtà è che all’estero si trovano agglomerati urbani nuovi e antichi in cui si è creato uno spazio dedicato anche a ciò che non è l’automobile.

Quando succedono incidenti gravi, quando perdiamo i nostri amici, o quando un incidente blocca i nostri sogni… Andare avanti è sempre più difficile.

Quanto tempo spendi mediamente in sella in una settimana?

Non sono brava a contare le ore che passo in sella, non lo faccio mai. Mi affido al mio allenatore che è molto bravo e di cui ho totalmente fiducia. Mediamente, in questo periodo, potrei dire di passare in sella tra le 15 e le 20 ore settimanali che per me è l’impegno ottimale per raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissata nel corso dell’anno.

Oggi sei venuta a ritirare nella sede Trek di Bergamo la tua nuova Trek Madone. Cosa ti ha portato a scegliere questa bici estremamente aerodinamica?

La scelta di questa bici nasce dal test event dello scorso anno sul percorso paralimpico di Parigi. È un percorso certamente molto spettacolare passando in città ma richiede una bici che si sappia adattare a tante cose: che sia sì aerodinamica ma non un mezzo specifico da crono. È un circuito con tanti rilanci, perciò ho bisogno di qualcosa che risponda bene anche a queste sollecitazioni. La Trek Madone è ciò che spero mi permetterà di stare nelle prime posizioni anche durante la frazione in bicicletta.

Nel tuo libro ‘Fiori affamati di vita’ racconti un pezzo della tua storia. Ti senti un po’ un esempio per tutti quei ragazze e ragazze che devono trovare la forza di ricominciare da capo? Se leggessero questo articolo, cosa vorresti dire loro?

È strano perché certe volte anche per me è difficile capire da dove trovi la forza per fare tutto questo. Quando mi chiedono: “Ma dove hai trovato la forza per ricominciare e arrivare fin qui?” non so mai cosa rispondere. È una somma di tanti elementi che rende possibile creare questa chiave che mi ha dato la possibilità di andare avanti he purtroppo non è dublicabile: sarebbe troppo bello poter dare a tutti questa chiave e dire: questo è il modo in cui si deve fare. Ma non è così.

Quello che voglio dire è di non aver paura del cambiamento, spesso affrontare un cambiamento è spaventoso ma lo devi fare. A volte serve un po’ di coraggio per fare i primi passi e rendersi conto che il cambiamento è evolutivo e porta a scoprire l’imperfezione delle cose, che a volte non tutto è finito: bisogna proseguire da lì a costruire. Nei momenti di difficoltà ti sembra sempre di avere delle porte chiuse accanto, io voglio riuscire a trasmettere ai ragazzi che se una anche una sola piccola porta è mezza aperta è giusto buttarcisi e provare ad aprirla. Questo è il massimo che posso fare.

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